Fuoco ci vuole

“Fuoco ci vuole” è un romanzo cross media e un originale melange narrativo tra una Bohème in chiave comica, i Racconti romani e un Palookaville con tanto jazz nero nel bicchiere. Tre audizioni da pianisti in giro per l’Italia, il furto di una mansarda, il fantasma di una donna al di là delle Alpi, un delitto, i casting di un telequiz, un’amicizia da trasformare in amore, un lavoro che invecchia. La vita di quattro amici e le sfide da loro rivolte al Sistema che li mantiene invisibili, alla fine di un’estate, somigliano da vicino a quei draghi cinesi che si arricciano fino a mordersi la coda e consegnano al lettore un unico, decisivo messaggio: l’insostituibilità dell’amicizia. E tutto il bene che c’è dietro.
Qui di seguito, IL PRIMO PARAGRAFO DEL LIBRO (diritti riservati, Halley Editrice, 2005)

1

Il nero e un rumore di bottiglie fuori. La riga bianca che sale e scende nel buio oltre il finestrino. La luce dello scompartimento invece di illuminare tutta la parete della galleria accende solo quell’onda rugosa che fa su e giù di là del vetro. Su e giù. La vernice tutta crepe e la montagna dietro che sembra ferma stesso mentre si consuma, sfrigolando, lungo il fianco delle carrozze. Un profumo illogico che passa e finisce in un istante.
Ta-ta ta-tam, ta-ta ta-tam. Nello scompartimento sono solo. Sotto il sedere la poltrona marrone polimerisudata e sopra la testa il Canaletto ingiallito della “seconda non fumatori”. Tremo anche, anche se non fa freddo. Il risveglio di poco fa, quell’immagine ancora. Raccolgo l’ultimo mandarino dallo zaino e gioco un po’ con la buccia cercando di sfiorare la parete della galleria, ma non ci arrivo e mi ci incaponisco.
È tutto quello che mi concedo contro la paura per domattina.
Per Bologna resta poco, ancora. Prima di arrivare darò un’ultima occhiata agli spartiti, e basta. Sento che mi sto riprendendo, un po’ alla volta. Alzo il vetro allora, blocco la buccia contro il finestrino e aspetto a occhi chiusi che parta – nella notte dentro il treno – un morbido ragtime da mezzanotte a Memphis, con Bucky Pizzarelli alla chitarra. Per mettere tutto a tacere, il fiato pesante dell’Espresso l’ansia per l’audizione e Sabrine proprio lei che un secondo fa ancora mi sfiorava ma non era mica vero era solo… Il buio frigge, salta sul fuoco, s’incunea nelle assi dei binari e finisce tra gli scarti di un bosco. Tento di spegnermi e invece, siccome è vero che sono ciclotimico e cacacazzi come dicono Grecia e gli Altri, invece di cancellare tutto e annullarmi inizio a impuntarmi su duecento cose contemporaneamente e alla fine… A furia di scapuzzeare nello scompartimento mi perdo anche stavolta il finale, e devo allungare due righe sullo spartito anche stavolta, per chiudere il pezzo in modo invisibile.
Anche quando sono al piano faccio così, galleggio, magari è per questo che suono.
Ta-tam ta-tam, ta-ta ta-tam. Le ultime quattro audizioni poi stop. È deciso ormai. Quattro sonate e addio a due anni di tentativi pazzi nei teatri in tutta Italia, alle nottate bianche, alle vacanze ai cancelli di Ostia e addio al pianoforte ormai, è sicuro.
La buccia del mandarino quando si scolla dalla guarnizione il buio la inghiotte insieme a tutto il resto, mentre è già qualche secondo che cicischio coi tralicci fuori dalle carrozze. Quaranta, quarantuno, al quarantatreesimo passa un cartello azzurro Falconara M. e l’Espresso rallenta di colpo. Da fuori arriva, un po’ spento ma arriva. Si “sente”.
Lo distingui appena nel buio, somiglia a una lampo nera con le luci rosse dei pescherecci da una parte e la striscia del faro che si svita in silenzio, dietro le mura della città. Il mare. Quando ci fermiamo già non c’è più traccia di lui in mezzo ai tetti. Un profumo di alghe nell’aria, un marinaio sdraiato sulla banchina e basta. Io che continuo a cercarlo tra le antenne dei palazzi e lui che non si fa trovare. Finché l’antenna del locomotore non inizia di nuovo a salire verso i cavi e appena lo sfiora così, uno schiocco, come di dita, dà l’attacco all’istante all’Espresso delle nove e a un Debussy liquoroso tutto treno e vento, schiocchi di canne e ganasce rugginose nella notte.
Ta-tam ta-tam, ta-ta ta-tam. Nel minuto che ci siamo fermati a Falconara è salita a bordo una collana di afro-pendolari della riviera che sfilano tra le carrozze con tanga fosforescenti e giganteschi cipolloloni a goccia giù sulle spalle. Negli scompartimenti si spargono il charleston delle loro zeppe e un odore intenso di creme ai frutti tropicali con le quali evito di chiedermi cosa ci ungano e perché. Cantano Marina, Marina, Marina e una dopo l’altra si sommano agli amici italiani ingialliti nelle carrozze. In due minuti sono già spente con certi sguardi incazzati, le gambe stralunghe e due labbra mozze avvilenti. Ta-tam ta-tam, ta-ta ta-tam.
I tralicci fuori schizzano più veloci adesso, non riesco quasi a contarli. In un attimo mi ci perdo e mi risveglio che piano piano ci sono già caduto dentro, anche stavolta, come un brocco. E cacchio se torno immediatamente a sedermi per non farlo, se tiro fuori il Mosè dallo zaino e cerco di concentrarmi con venti occhi sul pentagramma ma è già tardi perché le mie mani e le braccia hanno già iniziato a smaterializzarsi, come nella foto di Ritorno al Futuro al ricordo di Sabrine, dei suoi capelli chiari come le spighe e del naso sbagliato, delle labbra rubino che due minuti fa appena, ancora… Ta-ta ta-tam, ta-ta ta-tam. Niente più mare fuori. Baracche, una schiera fitta, e la campagna argentata nella notte. Strane fabbriche illuminate con silos a forma di sax e gli ascensori che dai piedi gli salgono fin sulla bocca. Una montagnola di granaglie. Fango bianco di gesso a terra, con l’aria secca e senza odori dentro. Una voglia, una sfida, una strizzata alla gola. Sabrine. Ta-ta ta-tam, ta-ta ta-tam.
Un fienile con un muro pieno di scritte. Un barile con l’acqua piena di colori più vivi di me. Un bagliore bluastro oltre il dosso. E la luce del giorno che quando inizierà a salire, tra le sbarre dei cancelli a un metro dalle rotaie, il controllore catarroso di stanotte passando “Arrivati, signori. Chi scende…” dirà, mentre tutto fuori – ma così, come in un jazz, all’improvviso – arrossirà di mattoni e si trasformerà come per un lampo di pugnale in Bologna. La città di tutte le mattine. Con me dentro stavolta.