All’immobilità qualcosa sfugge

Sette vite sull’orlo di un precipizio e in un unico intreccio. Sette personaggi, tratteggiati da una prosa nitida e incalzante, si muovono per tentare di cambiare il loro destino. Ricchi coniugi borghesi, una prostituta in fuga dalla strada, un politico infelice… L’autore li filma dentro e fuori, mentre sperano, decidono, perdono tutto.
Quando i sogni assopiti si risvegliano dall’immobilità, cercando la guarigione, l’amore o la più violenta passione, la catena delle scelte conduce i protagonisti a un punto di non ritorno: non resta che barare al tavolo della vita, anche con le carte truccate di Second Life.
Max Giovagnoli, pioniere della cross-media communication, firma un esordio di grande impatto emotivo. Con una scrittura lucida e policroma che mescola con efficacia differenti forme narrative – dal romanzo sociale ai dialoghi digitali fino alle sequenze cinematografiche – l’autore procede con altrettanti fermo immagine sulle sette storie dei personaggi. Di ognuna cerca di estrarne il cuore, mettendone a fuoco il nodo alla gola esistenziale, incrociandola e innestandola sulle altre. E andando infine a ricomporre un affresco che racconta gli errori e i rimpianti di un pugno di vite attorcigliate come stracci bagnati nelle strade di Roma.

Qui di seguito, IL PRIMO PARAGRAFO DEL LIBRO (diritti riservati, Meridiano Zero, 2008)

Ana

Quando il treno arranca e si spegne, sfiorando le aiole in testa ai binari, Ana ha allungato la valigia nel corridoio e raggiunto l’ingresso della carrozza già da un pezzo. Avanza come un gabbiano su un cornicione, sbracciando in mezzo alla gente accucciata sul predellino. Una mitraglia di gocce inizia a picchiarle sulla schiena appena la porta si schiude, sfuggendole di mano con un piccolo sbuffo dal sapore metallico.
Scende per prima, barcolla un poco. Deve stare attenta a come si muove. Dosare i movimenti delle gambe per non correre rischi. Si guarda intorno. Si aspetta la stessa tramontana gelida di quando era partita e viene investita invece dal soffio berbero della peggiore notte secca dell’estate. Roma, per un istante, è tutta in quel vento pallido e nella sensazione che stiano iniziando nuovamente per lei le riprese di un film già girato.
Il copione lo conosce a puntino: lei che saliva su un auto e poi scendeva nello stesso punto, nel cuore della notte, ancora un anno fa, sul marciapiedi dell’aeroporto. L’odore rancido di quegli uomini. Due kleenex e via in piedi ai prossimi fari. Un giorno dopo l’altro. Per due anni interi.
Di dimenticare non se ne parla ancora.
Caccia fuori tutta l’aria che ha nei polmoni. Calza meglio i pantaloni. Si sente subito più difesa, protetta; può anche camminare più velocemente, così. Allunga il passo.
Lascia sul treno l’aria grassa di Chisinau, lo sguardo dei poliziotti che avevano sfilato tra le carrozze al confine tra la Moldova e la Romania e poi di nuovo a Firenze. Il terrore che la perquisissero. La fine che avrebbe fatto se avessero scoperto tutto, e gli altri mille fantasmi che erano apparsi dal nulla nel corso della sua missione. La sua ultima consegna.
Vicina com’è al saldo del debito, la vita in strada se l’è lasciata ormai dietro per sempre, si ripete. E che oggi lei è merce ancora più preziosa per i Padroni. È un simbolo della loro generosità, adesso. L’incarnazione del sogno di tutte le altre ragazze, quelle nuove. Quelle rapite – come era successo a lei – e quelle vendute dalla famiglia a un fidanzato figliodimignotta o al prete sbagliato.
Annoda meglio l’elastico in fondo alla treccia e se la attorciglia al collo, quasi fosse una lunga sciarpa.
Per scaramanzia non aveva più guardato fuori dal finestrino del treno negli ultimi minuti ma conosce bene la stazione bianca e squadrata di Roma. Si orienta facilmente col numero del binario e, una volta sulla banchina, abbandona per prima la valigia sul carrello più vicino al convoglio. Nel giro di pochi metri si arrende all’impossibilità di raddrizzargli le ruote e di farlo rigare dritto. La roba ha già iniziato a muoversi dentro di lei; col calore e la fretta potrebbe spacchettarsi e sgusciare via da un momento all’altro. Si copre la bocca con un polso, d’istinto, e affonda nel tunnel che sbuca direttamente nel piazzale dei taxi. Non ha bisogno di nascondersi stavolta né di zigzagare tra le guardie a faccia bassa. Ha un permesso di soggiorno immacolato nella borsa e può guardare dritto negli occhi la gente. Taglia in due la hall invasa da una puzza di aceto e da un rumore inspiegabile di ragazzini.
Fino ai cancelli della banchina si sforza di non tornarci sopra. Di misurare il vuoto che la separa dalla gola della galleria e di continuare a ignorare l’immagine che l’ha tormentata per tutto il viaggio, precisa come fosse ieri, a due mesi di distanza: gli occhi, soprattutto, di Tommaso, mentre correva dietro al suo treno.
Accelera, saltella quasi, per tagliar corto, come quando da ragazzina pestava i gessetti della campana tracciata sui marciapiedi in riva al Bik, nel cuore della città vecchia.
Una stretta forte in fondo alla pancia parla per tutti: è il nervoso, che peggiora le cose. Deve restare calma. Ci prova. Cammina con sforbiciate lunghe e con l’ostinazione di chi non solo non cerca aiuto, ma guai ad offrirgliene. Nella foto mentale che continua a tormentarla, la faccia di Tommaso ha lunghe ombre scure sotto il mento, lineamenti aguzzi come i tagli del suo vestito italiano e rimpicciolisce rapidissimamente dietro gli ultimi vagoni del suo treno.
A volte si strappa stranamente il tempo, pensa.
Un tunnel di pochi metri come questo può durare un infinità e due mesi di assenza sembrano trascorsi in uno schiocco di dita, invece! Quasi se una parte minuscola del filo universale che li aveva uniti avesse accelerato sui fusi solo per loro. Si guarda intorno per avere una conferma del teorema: ma no, Tommaso non è venuto.
Poteva averlo saputo da qualcuno, eppure, che stasera sarebbe tornata in Italia? E come? Non ha cucito lei stessa la bocca a Irina e abbandonato senza messaggi l’hotel di San Basilio in cui si incontravano il lunedì, per cancellare le sue tracce? Accelera.
Sarà più facile, nei prossimi giorni, scordarsi di lui. L’ha scaricata. Tradita. Messa nei guai coi Padroni. Non merita rimpianti né vendette. Benedice anzi il fatto che non potrà mai rintracciarla, scoprirla, sapere niente di lei. Se lo ripete due volte: è forte abbastanza, ormai, per andare avanti da sola. Dalla bocca opposta della galleria viene all’improvviso un soffio più forte, denso e rugginoso. Il seno appuntito e la pelle d’oca che le sale all’istante lungo le braccia le provocano un secondo d’imbarazzo. Si passa un gomito sul petto per cancellare dal corpo quella sciocca reazione, le punte ben visibili sotto la maglia, e tira dritto. Lancia i passi come i muli tra le capanne del suo villaggio, fuori Cricova. Spinge il carrello con le braccia invece che con le gambe proprio come facevano quelle bestie ostinate, picchiando con odio sulla carrettiera.
Piove ancora dentro di lei. Ha la gola chiusa e impiastricciata dall’aria secca del treno.
Passa davanti all’ultimo caffé aperto della stazione ma si trattiene. Berrà una volta al sicuro, nel suo nuovo appartamento. Ripensa a Irina che era passata per quelle stesse pareti anche lei, prima di saldare il proprio debito. Poi le viene in mente il container in cui abita adesso invece, insieme a Mario, nel garage dove lui fa il custode. Una vita un po’ triste e deprimente, tutta panni umidi e ciabatte di plastica, ma libera. Senza Padroni. Libera per sempre. Si avvicina anche lei, finalmente, a una vita così. Per questo davanti a una vetrina o sulle rampe di metallo degli invalidi a tratti va ancora più veloce, e sorride.
Da domattina la guardiola e il posto in portineria che fino a pochi mesi fa erano stati dell’amica diventeranno i suoi. Finite le missioni, con questa di stasera, i soldi che mancano alla fine del debito i Padroni glieli tratterranno direttamente dallo stipendio di portiera. Purché non crei problemi e sappia convincere le altre ragazze, quando le porteranno da lei.
Non vede l’ora di arrivare tra quelle pareti, sfilarsi i pantaloni e immergersi nell’acqua. Spegnersi e riaccendersi con un chilo in meno nel corpo.
Lotta duro per guadagnare ancora qualche posizione nella fiumana dei viaggiatori. Non appena la piccola folla spunta fuori dalla galleria, gli abusivi appollaiati nel piazzale scollano il sedere dalla pensilina e cominciano a darsi da fare. Un paio di loro sparano a terra la sigaretta appena accesa, bestemmiando; gli altri con lunghe chele di granchio pinzano le valigie dei viaggiatori e s’ingegnano nel ruotarle scientificamente nei portabagagli delle auto. Ana, la sua, la terrà accanto a sé sul sedile. Lo dice per prima cosa, e una volta nell’abitacolo ci poggia sopra i gomiti e la testa, punta i talloni sui tappetini, tira indietro il bacino e assume una posizione curiosa, simile al guscio di una conchiglia. È al sicuro, così? Le viene voglia di piangere, di sfogarsi, di torcere i polsi a qualcuno e invece posa la testa sul sedile dell’auto e si arrende. Cerca di farsi forza. Presto sarà finita; manca poco; qualche minuto ancora. Inspira col naso e butta fuori l’aria dalla bocca. Si lascia attraversare da sottili fili d’aria che tiene dentro di sé solo per pochi secondi, per rallentare le contrazioni.
L’autista non commenta la zona verso cui sono diretti. Non dispensa suggerimenti circa l’albergo o i locali più giusti «per una come lei». I sottili baffi neri sopra e sotto le sue labbra non si inarcano per suggerirle «persone della sua gente» alle quali rivolgersi per stare più tranquilla, e lei non è costretta a rispondergli «fàti i cazi tuoi» come sempre in quei casi.
È davvero un’altra Ana insomma, più intoccabile e distante dalla gente, quella che viaggia nel taxi in questo momento. Guarda fuori. Abbassa il finestrino. Lascia entrare un po’ d’aria.
I platani infilati lungo il Tevere sono tutta un’altra cosa rispetto alle siepi di borro piantate lungo le sponde del Bik. Gli argini bassi e i blocchi di marmo della banchina sono quasi identici, invece. Lungo il ponte con statue di angeli al posto dei lampioni prima, e poi nel tunnel senza luci che passa sotto il Vaticano comincia finalmente a sentirsi più forte e sicura. Tommaso e la sua mano piena di soldi diventano un po’ alla volta distanti anni luce. Guarda fuori. Vede l’auto infilare il muso nei piccoli capillari bui del Pigneto e perde quasi subito l’orientamento. Un paio di svolte e si fermano davanti al palazzetto rosa della guardiola. Tira un respiro, stringe le cosce e carica tutto il peso sulle spalle, nell’alzarsi. Paga e raggiunge subito il cancello. Tira fuori le chiavi dalla borsa. Il tempo di riprendere la valigia da terra e il taxi è già scomparso, quasi ci fosse un buco nero o il mantello di un mago davanti agli archi sdentati dell’acquedotto, in fondo all’isolato. E non si sente più niente intorno.

L’ingresso della guardiola è illuminato da una grossa lampadina giallastra appiccicata al soffitto con due giri di scotch. La luce viene assorbita quasi del tutto dalle tende pesanti dell’ingresso, e anche il chiarore che filtra dai lampioncini del cortile non basta a creare colori pieni e decisi all’interno dell’appartamento. I parati lisi dall’umidità, la puzza di cibo e mondezza della chiostrina, le travi di cemento e un paio di grossi fori aperti nei mattoni le fanno sembrare tutto più pallido e deprimente di come lo ricordava. Si chiude la porta alle spalle senza rimuginarci oltre. Ha qualcosa di molto più urgente da fare.
Abbandona la valigia sul materasso, si toglie la maglietta e passa in cucina. Sfila la cintura dai pantaloni, sistema una sedia davanti al lavandino e ci posa sopra le ginocchia, piegandosi con forza sulla pancia. Ha già iniziato a tremare. Beve a lungo, prima tutto di seguito poi a sorsi, facendo attenzione ad anticipare il momento dei conati. Nel giro di pochi secondi sente la pancia che s’irrigidisce e inizia a tendersi. Si passa una mano d’acqua sul viso e si alza di colpo. Riempie un pentolino e lo mette sul fuoco. Raccoglie il limone dalla borsa, lo immerge nell’acqua e ci aggiunge due cucchiaini di zucchero. Ne lascia un po’ anche per dopo.
Si muove con esperienza nella piccola cucina della guardiola. Ricorda la posizione di un sacco di oggetti. Tira fuori il giornale dalla valigia ed entra in bagno. Serra meglio la finestra. Spegne la luce. Stende un paio di pagine del quotidiano nell’imbuto del water. Sorseggia rapidamente l’infuso. Chiude gli occhi, posa la testa sulle ginocchia e si tappa la bocca con un asciugamani, cedendo a un piccolo brivido di paura, prima, nell’attesa che succeda.
Tira un respiro, forte, profondo. China in avanti il busto poi con un colpo lo porta tutto indietro, dal bacino alla testa, come i cavalli. Strizza gli occhi, serra le spalle poi anche i denti. E anche stavolta, mordendo la spugna del piccolo telo azzurro, a un certo punto non si tiene più dal dolore e grida. Spinge e non capisce più niente. Spinge, e scoppia a piangere. E basta.

I fari della ferrovia entrano dalla finestra gialli e biliosi come gli occhi di un vecchio. La notte fuori odora di ruggine e di liquirizia. È finita. Sta già meglio. Rimarrà in silenzio, affacciata sulle rotaie, ancora per un po’. Con una sola occhiata le sfilano davanti la cupola di San Pietro, i torrioni di Prato della Signora e lo stadio Olimpico con la copertura nuova, bianca contro il cielo rosso dell’estate. Accesa da sottili fasci bianchi posizionati intorno al tamburo, più alta e luminosa di tutto, la cupola del Vaticano somiglia a una torta alla panna o alla campana di vetri sul soffitto del teatro di Kiev. Tutte quelle luci… Le sembra quasi un miracoloso benvenuto, tutto per lei, in suo onore!
Le ricorda la prima volta che era salita sul palco in quel teatro, in grand tutù, a otto anni. Il buio in platea e le piccole luci rosse dei maestri dell’orchestra in attesa, fino a quando lei non era entrata in scena picchiettando con le punte sul parquet liso e irregolare del palcoscenico. L’emozione più forte della sua vita. Di quelle buone…
Le sale subito un groppo alla gola. Inizia a farle di nuovo male la pancia. Colpa della corrente? Rientra. Si siede solo per qualche istante. Ha bisogno di stare in piedi ancora un po’.
Trova le istruzioni di Irina sopra il frigorifero, su un foglio fermato con un posacenere della Peroni. Si sfiora il viso, le guance umide, la fronte ancora gelata. È davvero libera, allora? Dovrà semplicemente… lavorare, adesso, per vivere? Le sembra di galleggiare. Somiglia alla leggerezza che aveva letto negli occhi di Irina durante la sua festa per l’uscita dal giro. Lo sguardo che aveva nel suo “giorno del regalo”.
Erano rimaste tutte insieme quel pomeriggio, lei e le altre, accovacciate tra gli archi dell’acquedotto e le rotaie che correvano sull’altra riva dell’Aniene. Sedute su un mucchio di stracci, in mezzo ai papaveri. E per qualche secondo era salita anche lei in Paradiso, insieme all’amica.
Sposta la valigia dal letto e la spinge a fatica nello sgabuzzino. Nella piccola stanza quadrata, dentro il guscio rosso dell’estintore, sa bene cosa troverà. Ma deve accertarsene comunque, prima di crollare. La vecchia automatica lasciata in consegna dai Padroni alle ragazze che finiscono nelle guardiole è un messaggio preciso, più che una forma di cautela: dal giorno in cui metteva piede lì dentro, ciascuna di loro aveva a disposizione un colpo.
«Se voi siete brave, e qui no è problema mai… niente problema. Capito?» avevano urlato i Padroni a lei e alle altre, dopo averle radunate nei capannoni fuori la città, il giorno che erano arrivate in Italia. «Se voi siete brave, pistola resta al suo posto e non è un problema. Ma se voi fate il problema, allora noi prendiamo e…» avevano detto i Padroni. Poi le avevano divise in gruppi e ognuno di loro aveva finito la frase in privato, con le proprie protette, dopo aver fatto i suoi comodi, lui e tutti gli amici che era riuscito a racimolare in giro per la città.
Le sale di nuovo in gola la nausea, subito, al ricordo, ma non si ferma. Apre il guscio. Tira un fiato: la pistola c’è. Col colpo in canna e il cane abbassato, pronta a sparare.
Se qualcosa fosse andato storto… se avessero creato problemi, invece… quel proiettile se lo sarebbero portate zitte e mute nella testa direttamente al cimitero bianco fuori il Raccordo, diceva la legge.
Un’unica cosa non sapevano i Padroni: che quella pistola sarebbe stata capace di usarla bene anche lei. Ripensa per un istante al bosco rosso in cui si erano rifugiati tutti insieme, i Suprin e gli altri esuli della parte orientale di Kiev, durante la prima guerra del gas. Era stato in quei giorni che anche i bambini avevano dovuto imparare a tirare. Le femmine poi, all’inizio dell’estate, erano restate; i maschi invece erano partiti e non sarebbero più tornati. Anche per Mikola, suo fratello, era andata così. E nei mesi successivi lei stessa era stata investita da quello stesso temporale, anche se in modo più subdolo e repentino… di traverso.
«Tu pensa a ballare » era la frase che le ripetevano nel villaggio per tenerla fuori dalle faccende della guerra, in quei giorni. E Ana così aveva fatto, usando pazienza, precisione, tecnica per trasformarsi in un cigno. Fino alla notte in cui i miliziani erano entrati anche in casa loro però, all’alba, e avevano portato via con lei tutte le ragazze nascoste nelle stalle. E da lì era cominciato anche per lei il tempo delle bruciature, degli strappi, delle parole da imparare, dei gesti da fingere, degli abusi e delle notti tutte uguali. Compresa quella in cui aveva conosciuto Tommaso, sulla Salaria, alle porte della città.
Non ricorda quasi più nulla di quella sera. Neppure ciò che aveva preteso da lei. Ricorda che non l’aveva trovato attraente. Che aveva la stessa faccia invisibile di tutti gli altri clienti, e che le era parso appena… più solo. Più povero del vestito firmato che indossava. Meno sportivo dell’auto in cui era salita con lui. Troppo profumato per un uomo. Troppo cerimonioso. Uno di quelli con mille domande in bocca prima e zitti dopo. Lo avesse incontrato in qualsiasi altro posto, i suoi occhi lo avrebbero attraversato come l’acqua.
Qualche giorno dopo, invece, lui era tornato a cercarla (perché quelli come lui hanno sempre qualcosa da dimostrare a loro stessi, e dunque ritornano sempre)… poi aveva iniziato anche a chiamarla al cellulare, e da allora non era più finita. Nei vicoletti di Prato della Signora quando avevano poco tempo, oppure nell’albergo a San Basilio. E in quegli spazi clandestini, sempre così sicuri e perfetti, stupida che non era altro, lei aveva imparato a credere alle sue promesse. Perduta e isolata com’era ne aveva così bisogno, si ripete adesso! Fino al giorno in cui, puntuale, l’aveva tradita, liquidata, cacciata anche lui. E da allora era cominciata la stagione della “spremitura” per lei. Aveva iniziato a spingere più duramente sul debito per coprirlo e chiuderlo prima. Esaurirlo. Bruciarlo nel fuoco insieme al suo corpo, e alla faccia di Tommaso. Cinque mesi ancora, secondo i suoi calcoli, e organizzerà anche lei un saluto come quello di Irina. Sarà subito dopo Natale, il suo “giorno del regalo”. È questo il suo sogno adesso. Questo l’obiettivo. Restare viva, fare quella sciocca festa e sparire anche lei per sempre, dall’Italia e dal mondo. Tornare vera e libera. Senza più lacci al collo. Rumorosa e viva. E rossa e invisibile come una foglia.