Post-serialità

Come sta cambiando la fiction? Quali storie narra, come e perché? Da questi interrogativi parte il lavoro di ricerca alla base del presente volume, che raccoglie 11 saggi – introdotti da Alberto Abruzzese – in cui si tenta di capire in che modo le tv-series (specie quelle americane) stiano raccontando il cambiamento del sistema dei media, lo spostamento dalle forme datate della comunicazione di massa agli orizzonti emergenti della multimedialità post-televisiva. La fiction, che continua a essere uno degli oggetti mediatici di maggior consumo, diviene così l’osservatorio privilegiato da cui osservare le trasformazioni del modello televisivo e le logiche del mutamento sociale ad esse collegate. [pp. 250, Liguori Editore]

Il saggio di Max Giovagnoli è intitolato: “Cross-media: le infinite e possibili visioni
della fiction post-seriale”

QUI DI SEGUITO L’INTRODUZIONE DEL SAGGIO (diritti riservati, Liguori Editore)

Il ponte di Brooklyn è lungo 5989 piedi, che fanno quasi due chilometri. E’attraversato ogni giorno da circa 125.000 auto ma da un punto solo, superata di poco la metà per chi lo attraversa dalla terraferma, guardando a oriente si riesce a scorgere in mezzo alle cuspidi e ai parallelepipedi di Downtown Manhattan: la Sixth Avenue, la Avenue of the Americas. La via che raccoglie uno dopo l’altro i grattacieli della Fox e della CNN, gli studi della NBC e le torri lucide della Time Warner. Insomma, la televisione degli show, delle news e della grande fiction post-seriale come la conosciamo oggi. Guardando indietro invece, anzi sotto, dove il ponte sfiora la sponda opposta dell’Hudson c’è un piccolo parco percorso da un sentiero e quattro panchine scalcinate: la Brooklyn Height Promenade, il punto dove hanno piazzato una macchina da presa tutti i grandi registi che hanno creato l’immaginario collettivo della “Big Apple” e, per estensione, dell’America Today del cinema contemporaneo. Un segno del destino: il cinema sotto il ponte, vicino all’immaginario e alla materia (liquida come la fantasia) che scorre. La televisione invece al di là del fiume, ad erigere torri su torri, stagione dopo stagione, fino a quando, presto, se non succede qualcosa di più, si inizia a distinguerle a fatica l’una dall’altra. E’ quello che è successo anche alla transmedialità, le cui tecniche narrative ed editoriali sono arrivate alla fiction televisiva solo en retard dopo essersi provate per anni ed aver rischiato, con grandi successi e memorabili flop, sugli schermi cinematografici, prima nel marketing e nella scrittura poi nella creatività e nelle soluzioni tecnologiche. Questo ragionamento è dedicato dunque a quel qualcosa di più ̆ che la nuova fiction americana ha iniziato finalmente a produrre e a far conoscere al suo pubblico. Ma procediamo con ordine.

Fiction e transmedia
Fare transmedia significa utilizzare pi ̆ù mezzi di comunicazione simultaneamente per contribuire alla creazione, alla promozione e alla divulgazione di opere artistiche (film, book, games) e di grandi progetti editoriali. Nella transmedialità, ogni medium propone materiali e storie originali tra loro complementari fin dalla ideazione; nella convergenza invece, uno o più ̆ contenuti vengono semplicemente adattati a diverse piattaforme distributive (web, mobile, advertising) senza rispondere a strategie né a contaminazioni editoriali prestabilite. In quest’ottica, la fiction seriale della tv degli anni Ottanta e Novanta è stata bravissima a seguire il passo della convergenza e assolutamente inadeguata invece a sfruttare il business e gli schemi narrativi interattivi peculiari del transmedia. Se nel cinema e nei videogame la nascita di storie e immaginari articolati su pi ̆ù media è avvenuta nel 1976, infatti, rispettivamente con la saga di Star Wars di George Lucas e con la text adventure Colossal cave di William Crowhter, e nei libri due anni più ̆ tardi con l’affermazione mondiale dei gamebook a partire da The Cave of Time scritto di Edward Packard: per la fiction tv non esistono esempi compiuti e di successo reale di transmedialità addirittura fino a Lost, ideata da J.J. Abrams, Jeffrey Lieber e Damon Lindelof nel 2004. Sono trent’anni di ritardo, che tuttavia la serie dedicata ai sopravvissuti del disastro aereo del volo Oceanic 815 e alle loro avventure su un’isola solo apparentemente paradisiaca ha saputo colmare con grande rapidità, proponendo un universo immaginativo di riferimento complesso che negli schemi narrativi e nei prodotti realizzati, fin nelle campagne di promozione e advertising, costituisce oggi uno dei casi pi ̆ù esemplari di sperimentazione in tutta la storia dei media incrociati. Come è stato possibile? [...]